Al Festival KUM! di Pesaro ho parlato, a nome dell’Unione Buddhista Italiana, del concetto di “cura”. Nel buddhismo tutto nasce da una domanda essenziale: come liberarsi dalla sofferenza? Non si tratta solo di affrontarla o trasformarla, ma di comprenderne le cause e creare le condizioni per la sua cessazione.
Cura, in questa prospettiva, non è soltanto assistenza o sollievo: è accompagnamento verso una visione più ampia della vita, capace di accogliere l’impermanenza e di coltivare equilibrio interiore.
Abbiamo riflettuto anche sul fenomeno dei caregiver — oltre sette milioni in Italia — un pilastro silenzioso del nostro welfare: persone che ogni giorno sostengono gli altri con dedizione, ma spesso a prezzo di grande fatica.
Nel buddhismo, la compassione è una forza lucida e stabile: la capacità di agire per alleviare la sofferenza altrui senza perdere la connessione con sé stessi e con le proprie risorse interiori. È l’unione di empatia e saggezza.
Ricordare che chi cura ha bisogno, a sua volta, di cura — del corpo, della mente, delle relazioni e della dimensione di senso — è un atto di consapevolezza. Solo così possiamo restare presenti in una società che rischia di perdersi nel fare, dimenticando il valore del sentire.
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